Angela Insaziabili letture

Intervista a Claudia MilaniIo ho imparato molto e vi consiglio di leggere attentamente, perché i traduttori non sono solo professionisti e "operatori" del settore editoriale, sono soprattutto lettori appassionati, amanti della parola.

Angela Insaziabili Letture

Ricordo benissimo il momento in cui ho capito che la traduzione sarebbe stata la passione della mia vita. Ero al terzo anno di università e, insieme a un’amica, stavo preparando l’esame di letteratura inglese (un bellissimo corso monografico sulle isole). Era un piovoso pomeriggio invernale ed eravamo sedute a uno dei tavoli davanti al dipartimento di lingue. Stavamo leggendo e traducendo La tempesta di Shakespeare e siamo arrivate ai versi di Ariel nel I atto, quando si rivolge a Ferdinando:

Come unto these yellow sands,

And then take hands.

Ricordo che la mia amica preferì la resa letterale, vieni su queste sabbie gialle, e io pensai ‘no, non mi piace gialle. Meglio dorate’. E fu allora, in quel preciso istante, in quel corridoio rumoroso e mal illuminato, che fui colta (o meglio travolta) dalla rivelazione su cosa volevo fare da grande.

Cambiai il mio piano di studi e lo improntai tutto sulla traduzione. Perché sì, si deve studiare per diventare dei traduttori decenti. Non basta conoscere bene una lingua straniera, quello è il sine qua non, ma serve anche imparare a interiorizzare certi aspetti fondamentali di ogni testo, narrativo e non. Qualsiasi tipo di scritto ha una funzione (informativa, espressiva, conativa…), e tutti hanno un destinatario e una forma. Detto così può sembrare quasi banale, ma riuscire a leggere con mente analitica, scomporre le varie parti e poi riassemblarle in un insieme coerente, lo è molto meno. Ovviamente, si può tradurre anche senza sapere nulla di teoria e tecnica della traduzione, ma avere un’idea di cosa si sta facendo è sempre meglio che andare alla cieca o a tentativi, no?

Cosa fa esattamente un traduttore? Veicola significati da una lingua all’altra. Significati, non parole. Se la traduzione fosse solamente questione di trasferire parole, potremmo tranquillamente affidarci ai programmi di trasposizione automatica e tanti saluti. Invece siamo essere umani e ci piace complicarci la vita.

Ci piace usare figure retoriche, iperboli, metafore, ci piace essere volutamente nebulosi, ci piace giocare con le parole. Tutto questo una macchina non è (nell’attesa dell’avvento di Skynet) ancora capace di interpretarlo. Spesso a una parola del testo di partenza corrispondono due, tre, quattro opzioni nella lingua di arrivo e allora il traduttore deve fare opera di cesello, deve interpretare, scegliere quella che secondo lui è più adatta. Poi c’è il caso contrario, e cioè quando non c’è un equivalente esatto, quando si deve cercare un modo semplice per dire magari qualcosa di complicato. Un esempio per tutti, il termine awe. In inglese indica uno stupore misto a rispetto, ammirazione e un po’ di soggezione. Come si rende in italiano una cosa simile con una sola parola? Oppure il titolo di quella bellissima canzone degli anni ’50, Stand by Me.
C’è tutto in mondo dietro a queste tre parole perché standvuole sì dire stare in piedi, ma trasmette anche un senso di forza, di muto supporto. Che parola usare nella nostra lingua per rendere lo stesso significato?

Infine c’è tutto il problema relativo a quelle che vengono comunemente chiamate cultural references, cioè i riferimenti legati alla cultura della lingua di partenza. Traducendo principalmente dall’americano ne incontro continuamente: nomi di cose, luoghi, lavori, cariche amministrative e chi più ne ha più ne metta. Cosa si fa in quel caso? In uno dei miei primi lavori c’era il termine jackaroo, una parola australiana che indica un giovane uomo (esiste l’equivalente femminile) che lavora in una stazione (altro termine che non esiste da nessun’altra parte, perché una stazione australiana è diversa da un ranch o da una fattoria) dove si allevano pecore o vacche. In un certo senso potrebbe essere l’equivalente del cow boy, ma non suonerebbe strano avere dei cow boy che portano al pascolo le pecore anziché le Lonhgorn?
Personalmente ho scelto di lasciare il termine originale e spiegarlo in una nota. In altri casi, quando magari non ricorre più di una volta, si può scegliere di usare una parafrasi. Dipende tutto dal tipo di storia, dal punto in cui il termine appare (se ad esempio ci troviamo all’interno di un dialogo, non si può certo ricorrere alle parafrasi), dal tipo di narratore. E infine ci sono i casi in cui l’unica soluzione è creare un’espressione completamente nuova.

Come ho già detto poco sopra, è tutto legato al tipo di testo. Un romanzo ‘serioso’ avrà bisogno di meno interventi drastici rispetto a uno comico, dove ogni cosa è basata sui giochi di parole, sui fraintendimenti, sulle battute e dove la creatività del traduttore vede la sua massima espressione.

Mi è capitato più di una volta, in queste ultime settimane, di leggere commenti relativi alla presunta lentezza con cui lavorano i traduttori.
Come per tutte le cose, la velocità non va di pari passo con la qualità, quindi meglio impiegare di più e fare un lavoro come si deve, piuttosto che correre e non curare il testo. Gli stili di scrittura sono sì relativi ai singoli autori, ma ci sono anche elementi che riguardano un macrocontesto stilistico legato proprio alla lingua. Gli americani non sono esigenti come noi riguardo alle ripetizioni, anche quando si tratta di nomi propri. Per noi trovarsi due volte lo stesso nome proprio all’interno di una frase equivale a una bestemmia, per loro no. Spesso è necessario ripensare la struttura di intere frasi per renderle scorrevoli nella lingua di arrivo.
Tutte cose, queste, che richiedono del tempo. Un traduttore mediamente veloce riesce a fare non più di 10-12 pagine al giorno. Poi ci sono le riletture, il tempo speso in ricerche, le consultazioni.

Senza contare che quello della traduzione è un mondo senza regole ben precise. Le case editrici spesso approfittano dei giovani che cercano di farsi le ossa e li sottopagano.
Sono moltissimi coloro che, pur desiderandolo con tutto il cuore, non riescono a vivere della sola traduzione e hanno un altro lavoro che permette loro di pagare le bollette e comprare la pagnotta.
In questi casi si lavora alla sera, nei fine settimana, durante le ferie e i tempi si allungano ancora di più.

Questo è un mestiere che si intraprende principalmente per amore, almeno agli inizi. Amore verso la parola, amore per i dettagli, amore per quell’appagamento che dà il trovare la giusta sfumatura. Soprattutto, però, è un mestiere in cui non si deve dare niente per scontato, un mestiere che cambia a ogni pagina, che si rinnova e ti trascina con sé. Ed è un mestiere che il più delle volte è sottovalutato, se non bellamente ignorato. Basti pensare che sul sito kobobooks non viene neanche segnalato il nome del traduttore, proprio come se non esistesse. In genere (e salvo poche, graditissime, eccezioni) il traduttore viene nominato solo quando c’è da criticare il suo lavoro.

È vero che il lettore compra un prodotto e lo paga con soldi buoni e quindi ha il diritto di pretendere il massimo della qualità, ma forse ogni tanto si tende a dimenticare che una cattiva traduzione può derivare da un brutto testo di partenza.
Non nascondiamo la testa sotto la sabbia e pensiamo che tutti gli autori stranieri scrivano bene. Esattamente come succede per i nostrani, ci sono autori che scrivono bene e altri così così, e un traduttore non può, e non deve, permettersi di cambiare o ‘migliorare’ lo stile di un autore.

Adattare punteggiatura e struttura alla lingua d’arrivo sì, evitare, quando possibile, le ripetizioni sì (e anche in questo caso bisogna valutare quando la ripetizione ha una funzione stilistica e quando no), riscrivere il testo per renderlo più accettabile ai gusti dei lettori… insomma, è molto più discutibile.

Eccoci quindi, due parole spese per cercare di incuriosire su una figura che i lettori dovrebbero avere sempre presente. Non voglio dire che ogni errore vada scusato, però prima di sparare a zero prendiamoci il tempo di guardare chi è quella persona che si intende criticare.
Quanti libri ha all’attivo? Se si vede che è magari il primo o il secondo, diamole ancora una chance. Ci vuole del tempo per imparare a fare bene questo mestiere. Ci vogliono umiltà e impegno. Come per tutte le cose.

Infine (e un grazie immenso ad Angela e a tutto lo staff di Insaziabili letture per permettermelo) vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa.

Forse non tutti sanno che spesso i traduttori vengono pagati con le royalties, cioè con una percentuale sul numero di copie vendute. 
Di conseguenza prima di criticare e pretendere, alcuni lettori dovrebbero farsi un esame di coscienza e chiedersi se quello che (non) hanno pagato per quel libro valga le serate passate a tradurre anziché a rilassarsi davanti alla tv, i weekend passati davanti al pc anziché in spiaggia o in piscina o semplicemente sulla sdraio a leggere. Se valga il tempo rubato ai figli, alle famiglie, agli amici. Tutti almeno una o due volte nella vita abbiamo scaricato un libro illegalmente, ma c’è chi lo fa abitualmente. Non venite a lamentarvi della cattiva qualità. Le case editrici non fanno beneficienza e se non guadagnano, tagliano sulle spese. Come tutte le aziende.

Grazie ancora alle padrone casa per avermi ospitata e per avermi permesso questo piccolo sfogo finale.