Babette Brown

CLAUDIA-MILANI-CAMMUFFATA 14 settembre 2015

Intervista di Babette Brown

Conobbi Claudia Milani, traduttrice, un paio di anni fa, quando mi trovai alle prese con il primo romance M/M di Patricia Logan.
Mi interessava quel genere di nicchia e cercavo informazioni.
Le trovai proprio nella traduttrice, Claudia Milani, che si mostrò disponibile a rispondere a tutte le mie domande. Ne scaturì un’intervista divertente. A distanza di tempo, l’ho contattata e -gentile come sempre- lei non si è fatta pregare.

Una sola richiesta da parte sua: niente fotografie. Così ho trovato un’immagine su internet, che rappresenta una bella signora in cappotto e cappello.

Insomma, Claudia Milani si diverte a giocare a nascondino.

Quando e come hai cominciato a tradurre?
La traduzione è sempre stata la mia passione, sin dai tempi dell’università.

Ho impostato il mio piano di studi su di essa e mi sono laureata con una tesi sull’analisi linguistica della traduzione de… “Gli aristogatti”. Praticamente agli antipodi rispetto a ciò che faccio adesso.

Guarda, sarò sincera, col senno di poi avrei potuto fare le cose molto diversamente. Avrei voluto dimostrare di avere gli attributi e trasferirmi dove c’era la possibilità di lavorare davvero in editoria, invece, dopo la laurea ho scelto un lavoro sicuro e la traduzione è rimasta il sogno nel cassetto, anche se ho continuato a fare corsi e studiare.

Solo negli ultimi anni, e grazie alla collaborazione con la Dreamspinner Press, ho potuto finalmente realizzare questa grande aspirazione.

Cosa ti piace maggiormente nel tuo mestiere?
Ciò che più mi affascina è la ricerca costante, lo sviscerare il senso di ogni parola, di ogni frase.

Spesso, leggendo, tendiamo a perdere le sfumature, a correre verso la conclusione perché siamo curiosi di sapere come finisce la storia o cosa succede ai personaggi.

Quando traduci, invece, è diverso. È necessario soffermarti su ogni particolare, sulla posizione di una parola all’interno della frase, sulle virgole, sul perché viene usato un aggettivo anziché un altro.

E devi essere capace di trasmettere nella tua lingua sia la particolarità stilistica che le sensazioni.

Un lavoro da svolgere con il bilancino del farmacista.

Credo che una delle maggiori paure di un traduttore sia quello di essere troppo presente nel testo.

Poi ci sono i casi in cui il traduttore è talmente in sintonia con l’autore da diventarne davvero la voce in un’altra lingua.

Un esempio per tutti è Giorgio Amitrano con Banana Yoshimoto. Per anni lui è stato la sua voce e, soprattutto nei primi libri, si sentiva benissimo quando non era lui a tradurla.

Questo significa che il traduttore “entra” nel testo e se ne appropria, in un certo senso. Lo fa “suo”, senza per questo sovrapporsi all’autore.
Gesualdo Bufalino diceva “il traduttore è con evidenza l’unico autentico lettore di un testo. Certo più d’ogni critico, forse più dello stesso autore.

Poiché d’un testo il critico è solamente il corteggiatore, l’autore il padre e marito, mentre il traduttore è l’amante”.

Il traduttore si immerge completamente nel testo, tanto che spesso capita addirittura di trovare incongruenze sfuggite sia all’autore che alle varie fasi di editing.

Non si può mai abbassare la guardia, non si può passare oltre dicendo ‘okay, non ho capito bene cosa voleva dire, ma proseguo lo stesso’.

Il traduttore deve capire e deve essere capace di rendere quella comprensione. I momenti più belli sono quando sai di esserci riuscito.

Io sono, di natura, una persona mai pienamente soddisfatta dei risultati, però ci sono momenti, frasi in cui mi sento fiera di me. Ed è appagante.

Traduttore = Traditore. È vero?
In molti casi sì, è vero, perché in qualsiasi testo letterario ci sarà sempre qualcosa che sfugge, qualcosa che la tua lingua non sa dire allo stesso modo di quella di partenza.

L’importante è metterci tutto l’impegno di cui si è capaci. Come dicevo prima, è un lavoro che dà molto ma pretende anche molto. Forse perché io lo amo alla follia, ma non riuscirei a consegnare un testo senza sapere di aver fatto del mio meglio.

Il rispetto del testo originale è fondamentale. Che cosa succede, quando questo rispetto rende impossibile una traduzione soddisfacente?
A prescindere dall’impegno, che ci vuole sempre, la responsabilità, e di conseguenza i tradimenti del traduttore letterario, sono maggiori rispetto a quelli di un traduttore tecnico.

Se traduci il manuale di montaggio di un macchinario e c’è scritto che il pezzo A va incastrato nel pezzo B non ci sono molte alternative, così dev’essere. Invece con la traduzione letteraria è diverso.

Mi è capitato recentemente di avere difficoltà con un brano perché non riuscivo a capire come i due personaggi sedessero dentro a un taxi.

Riuscivo a visualizzare i movimenti ma non gli spazi, finché mi sono decisa a chiedere spiegazioni all’autrice, e la sua risposta è stata letteralmente un’illuminazione che mi ha fornito la chiave per appropriarmi davvero del romanzo. Forse se non avessi avuto la possibilità di questa interazione, avrei davvero tradito la sua scrittura.

Ho notato, e non da ora, che molte volte alcuni lettori non capiscono -o fraidendono- certe scelte linguistiche/grammaticali del traduttore. Mi riferisco, per esempio, a storpiature dell’italiano standard. Io capisco che sono volute, perché rispondono a forme dialettali nella lingua originale, ma altri lettori parlano di “errori” nella traduzione.
Girando per i blog, mi capita spesso, ultimamente, di leggere commenti di lettori scontenti perché nel testo sono rimasti dei refusi (parola che va molto di moda).

Il refuso è davvero l’ultimo problema di un testo (quando non ce n’è uno per riga, ovviamente). Mantenere il registro, il tono, la struttura è ciò che davvero conta. Puoi avere un testo senza neanche un errore di battitura, ma con uno scaricatore di porto che parla come un avvocato laureato ad Harvard, e non ha senso.

Cercare di mantenere le differenze linguistiche-dialettali di una lingua senza ricorrere al nostro dialetto può tradursi con la scelta di affidarsi a un linguaggio sporco, sgrammaticato.

Eppure a volte sembra che questo non passi al lettore, il quale si lamenta perché ci sono ‘gravi errori di grammatica’.

Con questo non voglio dire che tutte le traduzioni pubblicate da tutte le case editrici, e non, siano perfette, però quando si legge è anche necessario distinguere tra errore ed errore, tra colloquialismo e colloquialismo.

A volte un traduttore prende un rischio quando, nel tradurre un testo, cerca di dargli l’autenticità dell’originale; e a volte è questo rischio che infastidisce chi legge, il quale non si rende conto che, anche se non è nel suo gusto personale, quell’elemento è come una spezia che dà un gusto particolare. Senza la pietanza sarebbe piatta, insipida.

Come si svolge esattamente il tuo lavoro?
Innanzi tutto leggo il libro almeno due volte. La prima quasi da lettrice perché, come dicevo prima, c’è sempre la curiosità di sapere come si svolge la storia.

La seconda volta con un occhio alla forma, sottolineando quei passaggi che so già potrebbero causarmi dei problemi. Quando comincia il lavoro di traduzione vero e proprio ho già una buona presa sul testo.

Utilizzo tutti gli strumenti possibili offerti dalla rete e non, soprattutto quando si tratta di scovare frasi idiomatiche o oggetti di uso non comune.

Un traduttore deve essere un semi-esperto di tutto e documentarsi esattamente come a suo tempo ha fatto l’autore.
Una volta finita la prima stesura, lascio decantare il testo per qualche settimana, per poi rileggerlo e ‘pulirlo’. Va detto che non sempre è possibile rispettare questi intervalli perché spesso i tempi sono stretti ed è necessario accelerare il processo.

So che molte volte i tempi sono strettissimi, sia per la traduzione che per l’editing definitivo. Se i tempi sono rilassati, che cosa succede poi?
Dopo averla editata, la traduzione passa a un editor esterno che la legge e sottolinea eventuali costruzioni strane, periodi non chiari, calchi.
Infine si fa un secondo giro di correzione e un controllo qualità.

Tu traduci un genere di nicchia guardato con sospetto dai professionisti che si definiscono ‘seri’. Come rispondi?
Come ho già detto prima, devo moltissimo alla Dreamspinner Press (e ancora di più a Claudia Tonin che mi ha passato quel famoso link. Grazie, Claudia!) perché mi hanno dato la possibilità di cominciare e hanno avuto la pazienza di aiutarmi a crescere, anzi in un certo senso siamo cresciuti insieme.

L’M/M romance è sì un genere di nicchia ‒già il romance tradizionale è guardato con sospetto da una certa categoria di lettori, quindi un sottogenere lo è ancora di più‒ però sta lentamente crescendo, grazie soprattutto all’impegno e alla tenacia di chi ha deciso di lanciarlo in Italia.

Ammetto che mi piacerebbe differenziare un po’ e arrivare a tradurre anche libri in cui la storia d’amore non la fa da padrona.

Mi sto impegnando affinché succeda. C’è un po’ di razzismo in questo senso nell’ambiente, purtroppo. Quello che è certo è che l’M/M romance mi sta offrendo un’ottima palestra.

Un’ottima palestra anche perché il romance M/M ha a sua volta dei sotto-generi: BDSM, storico, western, e così via.
Finora ho tradotto western, contemporanei, umoristici, BDSM e mi sto cimentando con lo storico. Quello che conta è, a mio parere, la sensibilità al romance.

Non è un genere così facile come può sembrare, perché si cammina costantemente in bilico tra la stucchevolezza e un eccesso di volgarità. Soprattutto quando si è a cavallo con l’erotico. Si deve imparare a essere un po’ equilibristi e dosare bene gli ingredienti.

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